2Cor 12,1-10 Sal 33 Mt 6,24-34
San Luigi Gonzaga, religioso
“Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9)
La ricchezza di un uomo gli dà sicurezza, lo fa sentire sicuro, potente. Ma questo finisce per renderlo schiavo della sua ricchezza. Come san Paolo testimonia, la ricchezza più grande dell’uomo, a volte, è proprio quella spina nella carne che fa soffrire. E come mai una cosa così spiacevole è una ricchezza? Lo è nella misura in cui ci tiene legati al Signore e ci fa sentire la necessità del suo aiuto. Necessità di perdono, se si è nel peccato. Di forza, se ci si sente deboli e stanchi. Di luce, se il cuore è nel buio. Accogliere la debolezza è una grazia: tiene l’uomo più vicino all’amore di Dio, facendogli sentire il bisogno vitale del suo amore. Quando, infatti, si guarda a sé stessi nella verità, non si può che riconoscere che tutto è dono.
Quando siamo deboli allora siamo forti perché sperimentiamo che Tu, Signore, sei la vita di cui abbiamo bisogno.
Dal Trattato dei miracoli [FF 823]
Questa Religione [“forma di vita”, ndr] infatti non si sostiene con cantine ricolme, dispense abbondantemente fornite, amplissimi poderi, ma dalla stessa povertà per la quale si rende degna del cielo, viene meravigliosamente alimentata nel mondo. O debolezza di Dio, più forte dell’umana fortezza, che porta gloria alla nostra croce e somministra abbondanza alla povertà!



















