Gal 1,6-12 Sal 110 Lc 10,25-37
Ogni incontro autentico ci interpella, ci domanda come vogliamo stare davanti all’altro: facendo finta di niente, prendendoci cura, giudicando, prendendo le distanze. Il sacerdote e il levita del vangelo sono funzionari del Tempio di Gerusalemme, abituati a stare davanti alle “cose sacre”. Ma la pratica del culto non abilita necessariamente alla compassione. Questa, dice Papa Leone, prima di essere un atteggiamento “religioso”, è un fatto di umanità. “Il samaritano, membro di un popolo disprezzato (cfr 2Re 17), si ferma semplicemente perché si trova davanti ad un altro uomo bisognoso di aiuto. Siamo anche noi capaci di interrompere il nostro viaggio e di avere compassione?” Oggi può aiutarci fare memoria di tutte le volte in cui il Signore Gesù si fermato, si è chinato sulle nostre fragilità, si è preso cura di noi, ci ha consolato, ci ha risollevato con la sua misericordia. È questa memoria consapevole e riconoscente che ci rende davvero capaci di compassione verso il fratello.
Dal Testamento di Santa Chiara [FF 2823.2828]
Tra gli altri doni, che ricevemmo e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali dobbiamo maggiormente rendere grazie allo stesso glorioso Padre, c’è la nostra vocazione: e quanto più è grande e perfetta, tanto più a lui siamo obbligate. Per noi il Figlio di Dio si è fatto via, che ci mostrò e insegnò con la parola e con l’esempio il beatissimo padre nostro Francesco, di lui vero amante e imitatore… Con quanta sollecitudine e con quanta applicazione di mente e di corpo dobbiamo dunque custodire i comandamenti di Dio e del nostro padre, per restituire con la cooperazione del Signore il talento moltiplicato.



















