Il vangelo ci parla di un giudizio: è un genere letterario che Gesù usa perché tutti possano comprendere. Non è la descrizione di un fatto concreto, ma un’immagine simbolica tratta dalla letteratura apocalittica. Vuole sottolineare la serietà di quel confronto finale che ognuno di noi vivrà alla fine della vita. In questo vangelo, poi, Gesù parla di sé come il “Figlio dell’uomo”, un titolo significativo che nei vangeli ricorre 77 volte. Vuol dire l’uomo pienamente realizzato, cioè l’umanità della persona in perfetta comunione d’amore con il Padre. Potremmo dire che il Figlio dell’uomo è quella persona davvero degna di essere chiamato “figlio”: colui al quale ognuno vorrebbe somigliare. Nei versetti successivi, Gesù dice che questo “Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”(26,2). Ecco, allora, la realizzazione più bella per ogni persona: il pieno compimento della nostra umanità si realizza nella “consegna” d’amore nelle mani del Padre.
Dalla Vita prima di Tommaso da Celano [FF 500]
Francesco, allietato di nuova speranza per l’immensità dell’amore, progettava di ricondurre quel suo corpo stremato di forze alla primitiva obbedienza dello spirito. […] E diceva: “Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!”. Non lo sfiorava neppure il pensiero di aver conquistato il traguardo e, perseverando instancabile nel proposito di un santo rinnovamento, sperava sempre di poter ricominciare daccapo.

















